Ad Abu Dhabi Onu dei Millennials discute su mondo del futuro

ANSA

apparso il 16 Novembre 2016 – di Nina Fabrizio
Studenti di ogni paese in veste diplomatici al Change The World

ABU DHABI – Sognano un mondo debellato dalla minacce del cambiamento climatico e del terrorismo e in cui al posto dei muri ci siano porte aperte per i rifugiati. Progettano la tecnologia 2.0 da innovatori e non solo da utenti. Guardano alla globalizzazione con diffidenza e come modelli di ispirazione hanno genitori e insegnanti più che politici o star.  Intanto, calandosi nel ruolo di uno dei 193 Paesi membri dell’Onu, discutono mozioni come l’adozione di no-fly zones per scongiurare l’escalation di conflitti, affrontano eventi imprevisti come lo scoppio della crisi yemenita, elaborano risoluzioni, da proporre al voto dell’assemblea, per le quali imparano a fare lobby. Il tutto tenendo discorsi in pubblico in perfetto inglese entro il minuto e mezzo.

Non ci sono solo i neet, i giovani che non studiano, non hanno un lavoro né lo cercano. Il ritratto dei Millennials che ambiscono a intraprendere le posizioni di leadership nel mondo di domani, a interrogare i 190 ragazzi dai 13 ai 26 anni che alla New York University di Abu Dhabi hanno partecipato dal 10 al 12 novembre al Change the World Model United Nations Emirates – la simulazione diplomatica per studenti nata su modello dell’Onu e in questa edizione svoltasi nella capitale emiratina – non potrebbe esserne più lontano. Giacca, cravatta e capelli spettinati per i ragazzi, tacchi alti sotto a completi blu per le donne, ma anche velo nero indossato con naturalezza per le emiratine, i giovani del Cwmun sono una sorpresa per chi ha in mente lo stereotipo Neet.

Post-ideologici, pragmatici, spesso più trascinati da sogni individuali che collettivi, i 190 ragazzi che si sono radunati ad Abu Dhabi – 16 di loro grazie a borse di studio – arrivando da Italia, Spagna, Stati Uniti, Egitto, Pakistan e gli stessi Emirati Arabi, poco meno o poco più che ventenni, parlano già da diplomatici navigati. “Volevo fare il medico ora voglio fare la carriera diplomatica”, dice Sergio Gallo, 16 anni di Palermo. Ad Abu Dhabi ha fatto parte della historical security council, cioè la commissione del consiglio di sicurezza Onu dove si è simulata la crisi del Kuwait del 1990. “Rappresento lo Zaire – spiega – e ho presentato una risoluzione che fa leva sullo strumento economico per mantenere l’opzione militare come ultima ratio”. “La minaccia maggiore che grava sull’umanità – osserva – è il cambiamento climatico, se continuiamo così non avremo nemmeno più un pianeta di cui parlare, anche il terrorismo ne è una conseguenza. La globalizzazione purtroppo in questo non aiuta perché acutizza il divario nello sviluppo”.

Poco più in là c’è l’aula dove si sono tenuti i lavori dell’Assemblea generale con all’ordine del giorno la crisi dei rifugiati. “Abbiamo discusso diverse mozioni in favore degli aiuti umanitari ai profughi – racconta Rachele Podda, 18 anni, di Roma -. Io personalmente sono contraria ai muri, bisogna accogliere chi fugge da guerre e conflitti. Le elezioni americane? Non ero ispirata da nessuno dei due candidati, non credo fosse questione di decidere tra un uomo e una donna. Piuttosto mi ha deluso Donald Trump per le sue idee discriminanti nei confronti dei migranti”. Alla stessa sessione ha partecipato Alessandro Pannozzo, studente romano. A 19 anni è già manager di una sua start up: “Sviluppo applicazioni per smartphone di time management, cioè l’ottimizzazione dei tempi di gestione della giornata. Da grande però voglio fare anche il politico”.

“I ragazzi che partecipano a Cwmun sul piano concreto acquisiscono skills come il public speaking e l’utilizzo del soft power”, spiega Claudio Corbino, il catanese fondatore dell’Associazione diplomatici da cui è nata la creatura degli eventi Cwmun, l’unico progetto di simulazione che ha avuto l’ok dall’Onu per svolgersi proprio al Palazzo di Vetro dove Corbino e i suoi studenti sono sbarcati per la prima volta tre anni fa ottenendo anche, l’anno scorso, un altro riconoscimento unico, lo status di osservatore permanente all’Ecosoc. “Soprattutto – aggiunge Corbino – imparano a stare con gli altri. Dobbiamo far uscire fuori i ragazzi dalla loro stanza o dal loro cellulare per connetterli con una realtà che è fluida, cambia ogni istante”. Gli italiani? “Hanno un punto contro e uno a favore: mediamente sono meno preparati su che cosa sta succedendo nel mondo e hanno più difficoltà con l’inglese. Dall’altra parte, hanno una capacità straordinaria, rispetto alla quale sono insuperabili, di reagire all’imprevisto”.

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