Due giorni ad Abu Dhabi per capire come funzionano le Nazioni Unite

INTERNAZIONALE

Bianca ha 13 anni e frequenta il liceo scientifico Leone XIII di Milano. Da grande vuole fare la pediatra. Rahzadie ha 15 anni, è nata in Australia da genitori colombiani. Frequenta la Cranleigh school di Abu Dhabi e vuole diventare una giornalista esperta di questioni umanitarie.

Anche Felix è un australiano trapiantato ad Abu Dhabi con la famiglia. Ha 13 anni e gli occhialetti tondi lo fanno somigliare a Harry Potter. Da grande vuole fare il diplomatico ed entrare in politica, ma vuole anche diventare giocatore di cricket e di basket. Oggi è molto impegnato a delineare la strategia diplomatica che il Venezuela deve tenere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un compito molto complesso perché, come spiega lui con serietà, “il paese si trova in una situazione critica e deve cercare di restare il più possibile neutrale”.

Bianca, Rahzadie e Felix fanno parte dei 180 giovani tra i 14 e i 26 anni di varie nazionalità che a novembre hanno partecipato al progetto Change the world model United Nations, organizzato dall’associazione italiana Diplomatici in collaborazione con la New York University di Abu Dhabi.

Due giorni in cui i ragazzi riproducono il funzionamento degli organi delle Nazioni Unite. Ognuno di loro rappresenta un paese e cerca di promuovere le sue istanze e i suoi interessi sullo scacchiere internazionale. Discutono di sicurezza informatica, di potenza nucleare, ma anche del conflitto siriano, dell’affermazione del gruppo Stato islamico, del ruolo della diplomazia globale, propongono mozioni, prendono la parola, votano risoluzioni.

Fuori delle aule climatizzate e oltre le mura del campus di 450mila metri quadrati della New York University, inaugurato nel maggio del 2014 dopo quattro anni di lavori, si stende il deserto.

La zona di Saadiyat Island, dove sorge il campus, si trova lungo la costa appena fuori Abu Dhabi. In lontananza si scorgono i profili dei grattacieli che arrivano fino al lungomare della città e intorno ai ventuno edifici che compongono il campus è pieno di cantieri, gru, camion che trasportano materiali.

Il governo ci tiene molto a rispettare la scadenza del 2020 fissata nell’ambito di un progetto da quasi 25 miliardi di euro per trasformare questo lembo di deserto in un complesso commerciale, residenziale e ricreativo dove dovrebbero essere costruite anche le sedi dei musei del Louvre e il Guggenheim. Per ora la strada che arriva al campus finisce contro un muro e torna indietro.

L’inaugurazione in pompa magna dell’università, cui ha partecipato anche l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, e l’iscrizione per l’anno accademico 2015-2016 di oltre novecento studenti di più di cento paesi del mondo hanno cercato di mettere a tacere le polemiche scoppiate dopo le inchieste del New York Times e del Guardian sulle dure condizioni di vita degli operai impiegati nella costruzione del campus.

I ragazzi che hanno partecipato al progetto Change the world model United Nations ad Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, novembre 2015. – Francesca Gnetti I ragazzi che hanno partecipato al progetto Change the world model United Nations ad Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, novembre 2015. (Francesca Gnetti)
Anche se il paese ospite non è un campione di apertura al dialogo culturale e di rispetto dei diritti umani, i ragazzi che partecipano al programma Change the world parlano di questioni spinose e delicate senza censure e nel rispetto reciproco.

Ragazze di Abu Dhabi con il capo coperto siedono accanto alle loro coetanee di Catania in minigonna, perché, come sostiene Morgan Whitfield, insegnante di storia e geografia alla Cranleigh school di Abu Dhabi, “i ragazzi nel profondo sono tutti uguali, ci sono più analogie che differenze”. Durante il laboratorio formativo i ragazzi si confrontano e acquisiscono quelle soft skill, come la capacità di parlare in pubblico, di lavorare in gruppo e di esprimersi in una lingua straniera, che troppo spesso restano fuori di programmi scolastici.

Ma soprattutto “imparano il rispetto per gli altri, il rispetto per le culture diverse dalla propria”, spiega Claudio Corbino, presidente dell’associazione Diplomatici e fondatore nel 2011 del progetto Change the world, che a marzo porterà per il quinto anno di seguito circa duemila ragazzi al palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York.

Un progetto “nato per sbaglio”, come dice Corbino che nel 2000 era uno studente di giurisprudenza all’università di Catania e per caso ha partecipato a New York a un Model United Nation, una conferenza in cui sono simulate le assemblee dell’Onu. “Una volta arrivato lì mi sono accorto che era un mondo fantastico, un vero laboratorio delle scienze umane”.

Così, rientrato in Italia, Corbino ha deciso di creare un’associazione in grado di far precedere la partecipazione all’evento di New York da una formazione che unisse i contenuti alle capacità relazionali. Dopo dieci anni è nato il progetto Change the world, attraverso il quale l’associazione ha cominciato a organizzare un proprio evento a New York e, negli anni successivi, anche a Bruxelles, a Roma, ad Abu Dhabi e a Barcellona.

Abbracciare il mondo intero

Negli anni hanno partecipato migliaia di ragazzi da tutto il mondo. Il contatto con loro porta Corbino a definirli “una generazione di ragazzi con le palle”. Si tratta di una generazione “totalmente post ideologica, non gliene frega niente di aderire a una verità precostituita. È una generazione molto pratica, che vuole la concretezza, e che purtroppo è anche cinica, perché mancano i grandi ideali di riferimento, ma la colpa è nostra che non siamo più capaci di trasmetterglieli”, prosegue Corbino.

Anche Marina Novelli, preside del liceo scientifico Vitruvio Pollione di Avezzano, che ha accompagnato nove studenti ad Abu Dhabi, pensa che il cambiamento dei ragazzi ponga una sfida continua alla scuola, che a volte non è in grado di rispondere in modo adeguato. “Per questo motivo Change the world è utile al livello educativo, è importante per sollecitare degli interessi che poi sono coltivati in futuro. Consente ai ragazzi di ampliare i loro orizzonti e di abbracciare il mondo intero”, spiega Novelli.

“Ciò che è diverso attrae e qui c’è una grande sete di conoscenza”, commenta Salvatore, che ha vent’anni, studia giurisprudenza a Catanzaro e insieme al suo collega Giuseppe, di 19 anni, fa parte della commissione di peacebuilding. “È bello poter parlare con ragazzi che vengono da paesi diversi e farmi spiegare come vivono, qual è la loro religione e la loro cultura”.

Nell’aula del consiglio di sicurezza si sta discutendo dell’intervento delle Nazioni Unite in Siria. I delegati prendono la parola a favore e contro l’intervento, presentano emendamenti e li votano. Felix ascolta concentrato le opinioni degli altri ma alla fine si oppone alla risoluzione perché, spiega “non risolverebbe i problemi e si tornerebbe al punto di partenza”.

Emma, statunitense di 14 anni che da grande vuole fare la chef, invece è favorevole e il paese che rappresenta, la Spagna, sta cercando di creare un summit promuovere il dialogo tra paesi con posizioni divergenti. Alla fine la risoluzione passa. Gabriele, 18 anni di Catania e rappresentante della Malesia, è molto soddisfatto. Ha vinto la diplomazia. E i ragazzi escono dall’aula parlottando tra loro, i fogli degli appunti appallottolati in mano, lo zainetto in spalla.

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Due giorni ad Abu Dhabi per capire come funzionano le Nazioni Unite

INTERNAZIONALE

apparso il 6 Dicembre 2015 – di Francesca Gnetti

Bianca ha 13 anni e frequenta il liceo scientifico Leone XIII di Milano. Da grande vuole fare la pediatra. Rahzadie ha 15 anni, è nata in Australia da genitori colombiani. Frequenta la Cranleigh school di Abu Dhabi e vuole diventare una giornalista esperta di questioni umanitarie.

Anche Felix è un australiano trapiantato ad Abu Dhabi con la famiglia. Ha 13 anni e gli occhialetti tondi lo fanno somigliare a Harry Potter. Da grande vuole fare il diplomatico ed entrare in politica, ma vuole anche diventare giocatore di cricket e di basket. Oggi è molto impegnato a delineare la strategia diplomatica che il Venezuela deve tenere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un compito molto complesso perché, come spiega lui con serietà, “il paese si trova in una situazione critica e deve cercare di restare il più possibile neutrale”.

Bianca, Rahzadie e Felix fanno parte dei 180 giovani tra i 14 e i 26 anni di varie nazionalità che a novembre hanno partecipato al progetto Change the world model United Nations, organizzato dall’associazione italiana Diplomatici in collaborazione con la New York University di Abu Dhabi.

Due giorni in cui i ragazzi riproducono il funzionamento degli organi delle Nazioni Unite. Ognuno di loro rappresenta un paese e cerca di promuovere le sue istanze e i suoi interessi sullo scacchiere internazionale. Discutono di sicurezza informatica, di potenza nucleare, ma anche del conflitto siriano, dell’affermazione del gruppo Stato islamico, del ruolo della diplomazia globale, propongono mozioni, prendono la parola, votano risoluzioni.

 

Per ora la strada che arriva al campus finisce contro un muro e torna indietro

Fuori delle aule climatizzate e oltre le mura del campus di 450mila metri quadrati della New York University, inaugurato nel maggio del 2014 dopo quattro anni di lavori, si stende il deserto.

La zona di Saadiyat Island, dove sorge il campus, si trova lungo la costa appena fuori Abu Dhabi. In lontananza si scorgono i profili dei grattacieli che arrivano fino al lungomare della città e intorno ai ventuno edifici che compongono il campus è pieno di cantieri, gru, camion che trasportano materiali.

Il governo ci tiene molto a rispettare la scadenza del 2020 fissata nell’ambito di un progetto da quasi 25 miliardi di euro per trasformare questo lembo di deserto in un complesso commerciale, residenziale e ricreativo dove dovrebbero essere costruite anche le sedi dei musei del Louvre e il Guggenheim. Per ora la strada che arriva al campus finisce contro un muro e torna indietro.

L’inaugurazione in pompa magna dell’università, cui ha partecipato anche l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, e l’iscrizione per l’anno accademico 2015-2016 di oltre novecento studenti di più di cento paesi del mondo hanno cercato di mettere a tacere le polemiche scoppiate dopo le inchieste del New York Times e del Guardian sulle dure condizioni di vita degli operai impiegati nella costruzione del campus.

Anche se il paese ospite non è un campione di apertura al dialogo culturale e di rispetto dei diritti umani, i ragazzi che partecipano al programma Change the world parlano di questioni spinose e delicate senza censure e nel rispetto reciproco.

Ragazze di Abu Dhabi con il capo coperto siedono accanto alle loro coetanee di Catania in minigonna, perché, come sostiene Morgan Whitfield, insegnante di storia e geografia alla Cranleigh school di Abu Dhabi, “i ragazzi nel profondo sono tutti uguali, ci sono più analogie che differenze”. Durante il laboratorio formativo i ragazzi si confrontano e acquisiscono quelle soft skill, come la capacità di parlare in pubblico, di lavorare in gruppo e di esprimersi in una lingua straniera, che troppo spesso restano fuori di programmi scolastici.

 

È una generazione molto pratica, che vuole la concretezza, e che purtroppo è anche cinica

Ma soprattutto “imparano il rispetto per gli altri, il rispetto per le culture diverse dalla propria”, spiega Claudio Corbino, presidente dell’associazione Diplomatici e fondatore nel 2011 del progetto Change the world, che a marzo porterà per il quinto anno di seguito circa duemila ragazzi al palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York.

Un progetto “nato per sbaglio”, come dice Corbino che nel 2000 era uno studente di giurisprudenza all’università di Catania e per caso ha partecipato a New York a un Model United Nation, una conferenza in cui sono simulate le assemblee dell’Onu. “Una volta arrivato lì mi sono accorto che era un mondo fantastico, un vero laboratorio delle scienze umane”.

Così, rientrato in Italia, Corbino ha deciso di creare un’associazione in grado di far precedere la partecipazione all’evento di New York da una formazione che unisse i contenuti alle capacità relazionali. Dopo dieci anni è nato il progetto Change the world, attraverso il quale l’associazione ha cominciato a organizzare un proprio evento a New York e, negli anni successivi, anche a Bruxelles, a Roma, ad Abu Dhabi e a Barcellona.

Abbracciare il mondo intero

Negli anni hanno partecipato migliaia di ragazzi da tutto il mondo. Il contatto con loro porta Corbino a definirli “una generazione di ragazzi con le palle”. Si tratta di una generazione “totalmente post ideologica, non gliene frega niente di aderire a una verità precostituita. È una generazione molto pratica, che vuole la concretezza, e che purtroppo è anche cinica, perché mancano i grandi ideali di riferimento, ma la colpa è nostra che non siamo più capaci di trasmetterglieli”, prosegue Corbino.

Anche Marina Novelli, preside del liceo scientifico Vitruvio Pollione di Avezzano, che ha accompagnato nove studenti ad Abu Dhabi, pensa che il cambiamento dei ragazzi ponga una sfida continua alla scuola, che a volte non è in grado di rispondere in modo adeguato. “Per questo motivo Change the world è utile al livello educativo, è importante per sollecitare degli interessi che poi sono coltivati in futuro. Consente ai ragazzi di ampliare i loro orizzonti e di abbracciare il mondo intero”, spiega Novelli.

 

Nell’aula del consiglio di sicurezza si sta discutendo dell’intervento delle Nazioni Unite in Siria

“Ciò che è diverso attrae e qui c’è una grande sete di conoscenza”, commenta Salvatore, che ha vent’anni, studia giurisprudenza a Catanzaro e insieme al suo collega Giuseppe, di 19 anni, fa parte della commissione di peacebuilding. “È bello poter parlare con ragazzi che vengono da paesi diversi e farmi spiegare come vivono, qual è la loro religione e la loro cultura”.

Nell’aula del consiglio di sicurezza si sta discutendo dell’intervento delle Nazioni Unite in Siria. I delegati prendono la parola a favore e contro l’intervento, presentano emendamenti e li votano. Felix ascolta concentrato le opinioni degli altri ma alla fine si oppone alla risoluzione perché, spiega “non risolverebbe i problemi e si tornerebbe al punto di partenza”.

Emma, statunitense di 14 anni che da grande vuole fare la chef, invece è favorevole e il paese che rappresenta, la Spagna, sta cercando di creare un summit promuovere il dialogo tra paesi con posizioni divergenti. Alla fine la risoluzione passa. Gabriele, 18 anni di Catania e rappresentante della Malesia, è molto soddisfatto. Ha vinto la diplomazia. E i ragazzi escono dall’aula parlottando tra loro, i fogli degli appunti appallottolati in mano, lo zainetto in spalla.

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A scuola di diplomazia per lavorare meglio

LA STAMPA

Duemila studenti di tutto il mondo imparano ogni anno all’Onu come negoziare, in ambasciata e nella vita.

A marzo oltre duemila ragazzi di tutto il mondo siederanno al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per interpretare il ruolo dei leader mondiali e dei loro staff, una simulazione di 3 giorni con tanto di risoluzioni da proporre, approvare o bocciare, con gli americani nei panni dei russi filo-siriani e viceversa, con gli europei a mediare tra India e Pakistan. E sapete chi li coordina per il quinto anno consecutivo? Un 37enne imprenditore catanese che ha trasformato la sua curiosità di studente di scienze politiche in business in un corso di formazione globale per insegnare quelli che gli americani chiamano i «soft skills», le abilità diplomatiche indispensabili agli aspiranti ambasciatori ma anche a chi per lavorare ha oggi sempre più bisogno di saper fare squadra, argomentare le proprie ragioni, rispettare i tempi, negoziare sul filo del rischio.

Il gioco del mondo
La storia inizia nel 2000 quando, volendo arricchire il suo dottorato, Claudio Corbino si iscrive alla tre giorni sul funzionamento delle Nazioni Unite organizzata all’Onu da ex ambasciatori americani: «Lo trovai su Internet, era un seminario che si teneva ogni anno. Misi insieme 45 studenti, ci pagammo il viaggio e imparammo tante cose compreso il fatto che le nostre università non ci preparavano alla complessità del mondo e che se andando fossimo stati più formati avremmo messo meglio a frutto l’esperienza». Al ritorno Corbino fonda l’associazione «Diplomatici» (www.diplomatici.it) con l’intento di far conoscere ai connazionali quel seminario ma anche di offrire loro lezioni propedeutiche di diplomazia.

L’idea funziona subito, ma 4 anni fa decolla: «Scrissi alla nostra missione permanente all’Onu proponendo un progetto con cui l’associazione «Diplomatici» si candidava a gestire il seminario al Palazzo di Vetro. L’ambasciatore Ragaglini mi diede credito e ottenni la sede delle Nazioni Unite per organizzare la tre giorni nel 2012. Fu un successo, mille studenti tra i 15 e i 25 anni di cui la metà italiani. L’anno dopo vennero in 1200, 1400 nel 2014 e 1700 nel 2015. A marzo saremo oltre duemila».

Dal soft power al soft skill
Guai a parlare a Corbino della «presunta» indifferenza della generazione dei Millennials. Ne vede tanti ora che la tre giorni originaria è diventata un pacchetto da 2000 euro con cui gli iscritti acquistano il seminario all’Onu (viaggio compreso) più 4 mesi di corso preparatorio con i migliori centri studi internazionali italiani, da Ispi a Limes. «I giovani hanno bisogno di punti di riferimento e noi gli raccontiamo come gira il mondo» dice. Gli studenti italiani delle scuole secondarie non se la cavano male ma poi il gap con le università straniere aumenta. Sarà un caso, ma laddove il nostro Paese brilla ai piani alti della diplomazia manca invece di quadri intermedi qualificati. Così, nell’era dell’hard power, il potere forte delle armi che a partire dal Medio Oriente pare aver ripreso l’iniziativa sull’un tempo vincente potere soft della cultura, il richiamo ai soft skills, le qualità della persuasione e del negoziato, sembra vincente. Per l’Italia ma non solo.

Qual è l’identikit degli aspiranti diplomatici di carriera o di prassi professionale quotidiana? La metà sono italiani. Tra gli altri, originari di 110 paesi, dominano spagnoli, francesi, inglesi, americani, russi, indiani, pakistani e messicani. Sette su 10, ebbene sì, sono donne.

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A scuola di diplomazia per lavorare meglio

LA STAMPA

apparso il 26 Ottobre 2015 – di Francesca Paci

Duemila studenti di tutto il mondo imparano ogni anno all’Onu come negoziare, in ambasciata e nella vita

A marzo oltre duemila ragazzi di tutto il mondo siederanno al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite per interpretare il ruolo dei leader mondiali e dei loro staff, una simulazione di 3 giorni con tanto di risoluzioni da proporre, approvare o bocciare, con gli americani nei panni dei russi filo-siriani e viceversa, con gli europei a mediare tra India e Pakistan. E sapete chi li coordina per il quinto anno consecutivo? Un 37enne imprenditore catanese che ha trasformato la sua curiosità di studente di scienze politiche in business in un corso di formazione globale per insegnare quelli che gli americani chiamano i «soft skills», le abilità diplomatiche indispensabili agli aspiranti ambasciatori ma anche a chi per lavorare ha oggi sempre più bisogno di saper fare squadra, argomentare le proprie ragioni, rispettare i tempi, negoziare sul filo del rischio.

Il gioco del mondo
La storia inizia nel 2000 quando, volendo arricchire il suo dottorato, Claudio Corbino si iscrive alla tre giorni sul funzionamento delle Nazioni Unite organizzata all’Onu da ex ambasciatori americani: «Lo trovai su Internet, era un seminario che si teneva ogni anno. Misi insieme 45 studenti, ci pagammo il viaggio e imparammo tante cose compreso il fatto che le nostre università non ci preparavano alla complessità del mondo e che se andando fossimo stati più formati avremmo messo meglio a frutto l’esperienza». Al ritorno Corbino fonda l’associazione «Diplomatici» con l’intento di far conoscere ai connazionali quel seminario ma anche di offrire loro lezioni propedeutiche di diplomazia.

L’idea funziona subito, ma 4 anni fa decolla: «Scrissi alla nostra missione permanente all’Onu proponendo un progetto con cui l’associazione «Diplomatici» si candidava a gestire il seminario al Palazzo di Vetro. L’ambasciatore Ragaglini mi diede credito e ottenni la sede delle Nazioni Unite per organizzare la tre giorni nel 2012. Fu un successo, mille studenti tra i 15 e i 25 anni di cui la metà italiani. L’anno dopo vennero in 1200, 1400 nel 2014 e 1700 nel 2015. A marzo saremo oltre duemila».

Dal soft power al soft skill
Guai a parlare a Corbino della «presunta» indifferenza della generazione dei Millennials. Ne vede tanti ora che la tre giorni originaria è diventata un pacchetto da 2000 euro con cui gli iscritti acquistano il seminario all’Onu (viaggio compreso) più 4 mesi di corso preparatorio con i migliori centri studi internazionali italiani, da Ispi a Limes. «I giovani hanno bisogno di punti di riferimento e noi gli raccontiamo come gira il mondo» dice. Gli studenti italiani delle scuole secondarie non se la cavano male ma poi il gap con le università straniere aumenta. Sarà un caso, ma laddove il nostro Paese brilla ai piani alti della diplomazia manca invece di quadri intermedi qualificati. Così, nell’era dell’hard power, il potere forte delle armi che a partire dal Medio Oriente pare aver ripreso l’iniziativa sull’un tempo vincente potere soft della cultura, il richiamo ai soft skills, le qualità della persuasione e del negoziato, sembra vincente. Per l’Italia ma non solo.

Qual è l’identikit degli aspiranti diplomatici di carriera o di prassi professionale quotidiana? La metà sono italiani. Tra gli altri, originari di 110 paesi, dominano spagnoli, francesi, inglesi, americani, russi, indiani, pakistani e messicani. Sette su 10, ebbene sì, sono donne.

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Dalla Sicilia a New York, centinaia di studenti diventano ambasciatori per gioco

REPUBBLICA

Mille e seicento ragazzi da 92 paesi protagonisti del “Change the World”, il processo di simulazioni diplomatiche inaugurato nella sala dell’Assemblea generale dell’Onu. Alla fine della settimana un premio alla “best delegation”

New York – Beatrice ha 16 anni, scrive canzoni impegnate e suona già con un suo gruppo. Francesco si prepara alla maturità, spera di diventare notaio come il padre ma nel frattempo gioca a pallone nelle giovanili del Catania e si dispera per le sconfitte della sua squadra del cuore. Marta e Riccardo si sono conosciuti una settimana fa, preparano insieme risoluzioni e alla fine confessano: “Sì, è scoppiato il colpo di fulmine. Solo che uno sta a Palermo e l’altra a Trento, sarà dura vedersi”. Sono le piccole-grandi storie che per una settimana vivono 1600 studenti provenienti da tutto il mondo, centinaia anche dalla Sicilia, protagonisti del “Change the world”, il processo di simulazioni diplomatiche inaugurato nella Sala dell’Assemblea generale, quella dove si decidono i destini del pianeta, da un campione del mondo come Marco Tardelli, giocatore simbolo della grande Italia di Enzo Bearzot.

I ragazzi, in rappresentanza di ben 92 nazioni, “giocano” a fare gli ambasciatori. Presentano mozioni, risoluzioni, litigano in Consiglio di Sicurezza. Alla fine, cercheranno di far approvare le loro proposte. A organizzare l’evento un’associazione siciliana, “I diplomatici”, che da tempo collabora direttamente con le Nazioni Unite: “Quest’anno abbiamo chiesto agli studenti di lavorare sul cibo in vista dell’inaugurazione di Expo 2015 – spiega il presidente Claudio Corbino – In particolare sull’eterna divisione del mondo: l’Occidente ricco e opulento che spreca le risorse, il Terzo mondo ancora alle prese con il dramma della fame”.

Giacca e cravatta per i ragazzi, tailleur scuro per le studentesse, sembrano davvero dei diplomatici delle Nazioni Unite. Nelle sale di un grande albergo di Manhattan che li ospita e che è diventato il quartier generale del “Change the world”, simulano Consigli di Sicurezza e riunioni di Commissione. Poi, siccome hanno 20 anni o giù di lì, alla fine di lunghe giornate di lavoro puoi trovarli nei locali di Chelsea o al Village a ballare assieme ai coetanei americani. Ma difficilmente fanno tardi la notte, perché la mattina successiva si ricomincia a “lavorare” presto e i tutor che li hanno in gestione sono inflessibili. “Stiamo vivendo un sogno” racconta Pietro, 18 anni, di Agrigento. “Con gli altri ragazzi mi trovo bene, siamo affiatati e molto interessati alle cose che discutiamo”. “Dopo questa esperienza voglio andare a Milano qualche giorno per visitare l’Expo – dice Luna, 17 anni, alla sua terza esperienza con i Diplomatici – Sicuramente su questa tema adesso ne so sicuramente di più”.

Alla fine della settimana, una commissione di esperti giudicherà il lavoro dei ragazzi, eleggerà la “best delegation”, premierà le migliori risoluzioni presentate. “Ai ragazzi cerchiamo di insegnare che non basta lamentarsi, anzi non serve a niente – spiega Claudio Corbino, catanese, presidente dell’Associazione – Per cambiare il mondo bisogna rimboccarsi le maniche e investire sul proprio talento. Questi studenti ci stanno provando e rappresentano una speranza per il futuro. Poi chissà, magari qualcuno di loro tra qualche anno tornerà a New York con un ruolo da diplomatico. Intanto si godono una settimana che, comunque vada, non dimenticheranno per tutta la loro vita”.

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Change the World. 1600 studenti di 92 Paesi riuniti all’Onu

AMERICA OGGI

NEW YORK. Il prossimo anno Change the World Model UN auspica di poter contare sulla partecipazione dei rappresentanti di tutti gli Stati aderenti alle Nazioni Unite dove ieri si è svolta la cerimonia di apertura della quarta edizione che vede la partecipazione di 1.600 giovani provenienti da 92 Paesi.
Riuniti nella storica sala dell’Assemblea Generale del Palazzo di Vetro, fino al 25 prossimo gli studenti lavorano in qualità di ambasciatori all’ONU degli Stati membri, nonché di premier e ministri nelle simulazioni di G8, G20, World Bank e Fondo Monetario Internazionale.
L’evento Change the World è tra i più prestigiosi al Palazzo di Vetro per la partecipazione di ospiti di primissimo piano della diplomazia mondiale. E’ l’occasione in cui i giovani possono confrontarsi con i leader mondiali e affermare le proprie idee per lo sviluppo sostenibile del pianeta, fondato sui valori della democrazia e della tolleranza, oltre ad aspirare a diventare i leader del futuro.
Più che mai attuali gli argomenti specifici al centro della conferenza di Change the World 2015: diritti umani, risorse idriche, energia e sicurezza; temi questi che sono la base del messaggio lanciato da Milano Expo che apre il primo maggio.
Per dare il saluto di benvenuto agli aspiranti ambasciatori sono saliti sul podio l’ambasciatore italiano all’Onu Sebastiano Cardi, il fondatore dell’Associazione Diplomatici Claudio Cordino, l’inviato speciale del Segretario Generale per la Gioventù Ahmad Alhendarwi, l’alto rappresentante dell’Onu per Alliance of Civilizations Abdulaziz Al-Nasser, la co-fondatrice della San Patrignano Foundation Letizia Moratti e, tra gli ospiti, l’ex giocatore della Juve e ex allenatore della Nazionale U21 Marco Tardelli campione del Mondo a Spagna ‘82.
“È un anno importante, perché questo è anche l’anno di verifica dei gol del millennio. È un anno – ha sottolineato la signora Moratti – nel quale si fa il punto sul raggiungimento degli obiettivi del millennio e tra questi i temi della povertà, della fame, della scarsità di risorse idriche, della malnutrizione. Il 2015 è un anno importante per le Nazioni Unite, le sue agenzie e per tutti i governi”.
Letizia Moratti ha anche invitato i giovani a riflettere: “Partendo da alcune considerazioni. La prima è che ci sono più di 800 milioni di persone che soffrono la fame, ci sono più di due milioni di bambini che muoiono ogni anno per malnutrizione e c’è un tema che riguarda anche le donne. Lavorano tre quarti delle ore lavorative nel mondo, ma guadagnano il dieci per cento del profitto mondiale”.
Lo ha ribadito, mettendo in evidenza il ruolo della donna: “Il mio stimolo ai giovani è quello di ragionare sull’importanza di ridurre gli sprechi di cibo, lavorare per cui nel mondo ci sia una migliore distribuzione del cibo e ragionare sulla opportunità di dare più responsabilità alle donne, perché grazie alle donne molti dei problemi legati al cibo possono essere risolti”.
Parlando di Milano Expo 2015, Letizia Moratti ha detto che “gli italiani sono sempre bravi a recuperare anche nelle situazioni più difficili”.
“L’Italia ha una quantità di risorse naturali, paesaggistiche che possono attrarre anche aldilà di Expo e credo – ha sottolineato – che la possibilità di dibattere un tema così importante possa far si che Expo diventi un volano di crescita, di sviluppo e di occupazione, ma soprattutto anche di riflessione su temi così importanti”.
Claudio Corbino ha sostenuto che al quarto anno di Change the World si può parlare di riscontri: “Il primo è una accentuazione della volontà dei ragazzi di andare a conseguire il titolo finale di studio all’estero. Questo da italiano naturalmente mi dispiace, vorrei che l’Italia fosse in grado di attrarre cervelli e speranze. Invece, in questa fase purtroppo altri paesi risultano più attrattivi. La nostra speranza è quella di riuscire a mantenere il flusso di attività con i ragazzi”.
I presenti alla IV edizione sono 1.600 di cui 700 italiani, gli altri provenienti da 92 Paesi, con un forte incremento che Corbino ha attribuito all’attenzione che le istituzioni italiane e internazionali hanno saputo rivolgere a questo evento.
Per l’anno prossimo, ha spiegato il fondatore, la promessa all’ambasciatore Cardi è di riuscire a portare alle Nazioni Unite almeno uno studente per tutti i 193 Paesi membri.

Libia: Cardi, crisi dimostra importanza Italia in CdS

ONU ITALIA.COM

NEW YORK – La crisi in Libia e le sue implicazioni di sicurezza “dimostrano l’importanza per l’Italia di essere presente in Consiglio di Sicurezza, l’organismo dell’ONU preposto al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”: lo ha detto il Rappresentante Permanente italiano all’ONU Sebastiano Cardi rivolgendosi a studenti di tutto il mondo nell’aula dell’Assemblea Generale. “Andare alla radice dei problemi, prevenendo le crisi – ha aggiunto Cardi – è più economico che intervenire per gestirle e risolverle”.

L’ambasciatore Cardi parlava all’inaugurazione del quarto Change the World Model UN. Diritti umani, acqua, energia e sicurezza alimentare – i temi dell’Expo – sono quelli su cui si confronteranno da oggi al 25 marzo 1.500 studenti liceali e universitari di tutto il mondo venuti nella Grande Mela per il grande appuntamento annuale organizzato dall’Associazione Diplomatici nata 16 anni fa e guidata dal catanese Claudio Corbino.

“Vi incoraggio a proseguire sempre il vostro percorso con curiosità e apertura nei confronti del mondo, attraverso il dialogo con gli altri, l’ascolto reciproco e la tolleranza come strumenti di crescita e di civiltà”, ha detto Cardi ricordando che sono proprio questi valori e questo spirito che hanno contrassegnato i 60 anni di presenza dell’Italia all’Onu – fu ammessa il 14 dicembre 1955 – e che sostengono in questi mesi la candidatura per un seggio non permanente in Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017/2018.

Si voterà proprio nell’aula dell’Assemblea nel giugno 2016: “La nostra campagna si fonda sul contributo che l’Italia ha dato e che può continuare a dare alla comunità internazionale: riconosciuta capacità di ascolto e di mediazione (anche ad opera di importanti organizzazioni della società civile italiana); attività di prevenzione dei conflitti e dialogo come strumento principale; conoscenza del Mediterraneo e delle sue dinamiche destinato a restare anche nei prossimi decenni al centro della politica internazionale; promozione dei diritti umani, delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto”, ha detto Cardi.

E a proposito delle operazioni di peacekeeping e di peacebuilding su cui l’Onu ha aperto qualche mese fa una riflessione, l’Ambasciatore ha osservato che al contributo di risorse (l’Italia e’ il primo contributore occidentale di caschi blu) si accompagna l’apprezzamento per il metodo (“the Italian way of peacekeeping”), basato su equilibrio tra gli aspetti militari e civili, contatto con le popolazioni e capacità professionali.

All’inagurazione del CWMUN hanno partecipato personalità internazionali e italiane. Tra gli altri, l’ex sindaco di Milano Letizia Moratti per il secondo anno consecutivo, e poi Ahmad Alhendawi, inviato speciale Onu per i giovani e Marco Tardelli, uno dei nomi piu’ famosi della storia del calcio. Ex bandiera della Juventus e della Nazionale, campione del mondo in Spagna 1982, Tardelli ha parlato di lealtà, correttezza in campo, lotta al doping e al razzismo, insomma, i valori di uno sport in linea con quelli delle Nazioni Unite: “Quella sera a Madrid pensai di aver fatto qualcosa di importante per mio Paese”. Livia Pomodoro, neo presidente del Milan Center for Food Law and Policy ha mandato un messaggio in videoconferenza. (20 marzo 2015)

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Associazione Diplomatici nell’Aula del Consiglio regionale: studenti al lavoro su temi Expo e lotta alla corruzione

Lombardia quotidiano

20141210_16282520141210_162825diplomatici regione lombardia“L’iniziativa che ospitiamo oggi in Consiglio regionale coinvolge un gruppo qualificato di giovani e si concluderà presso la sede delle Nazioni Unite all’insegna di un confronto sui diritti umani che interesserà anche temi propri di Expo quali l’energia e l’alimentazione. La classe dirigente del futuro deve avere piena consapevolezza del dialogo e della forza della parola come alternative alla violenza e alla guerra. Serve inoltre una cultura positiva della legalità: non è sufficiente limitarci a denunciare il male, dobbiamo formare giovani che sappiano gestire la cosa pubblica con onestà, responsabilità e forte senso etico”.
Così il Presidente del Consiglio regionale Raffaele Cattaneo ha introdotto questo pomeriggio nell’Aula del Consiglio regionale della Lombardia la presentazione delle attività dell’anno 2015 dell’Associazione Diplomatici.
Il Presidente Cattaneo insieme al Consigliere Segretario Eugenio Casalino, al Prefetto di Milano Paolo Tronca, al prof.Salvatore Carrubba, al Presidente dell’Associazione Diplomatici Claudio Corbino e al prof.Paolo Tenconi Senior Advisor dell’Associazione, ha accolto una settantina di studenti universitari e delle scuole superiori secondarie che si apprestano a iniziare il Delegate Course, il percorso che li porterà a New York dal 19 al 26 marzo 2015 per la conferenza studentesca mondiale “Change the World Model UN”.
Nel corso dei lavori di oggi, sono stati consegnati anche gli attestati di partecipazione alle scorse edizioni dei progetti “Democracy” e “CWMUN Dubai”.
Erano presenti studenti degli Istituti Leone XIII, Setti Carraro, Parini, Faes, Moreschi, Ettore Conti, Tito Livio, Einstein e St.Louis di Milano, dei Licei Carlo Alberto di Bergamo e Da Vinci di Crema e del Villoresi di Monza.
Ricorrendo quest’anno il decimo anniversario dall’approvazione del Principio sull’Anti-Corruzione delineato da UN Global Compact, attenzione particolare è stata dedicata nei vari interventi al tema della lotta alla corruzione nell’ambito pubblico e privato. Le conclusioni sono state affidate al prof. Salvatore Carrubba, che ha tenuto una lectio magistralis sui contenuti e sui temi legati all’appuntamento di Expo 2015.
Il Change the World Model UN è un laboratorio formativo attraverso il quale viene riprodotto il funzionamento degli organismi delle Nazioni Unite. Assume la forma di meeting internazionale di studenti, provenienti da ogni parte del mondo, che si confrontano sui principali temi dell’agenda politica internazionale. Ogni anno l’international board del “Change the World MUN” seleziona alcuni temi specifici da sottoporre all’attenzione delle Commissioni. Nel corso della Conferenza, gli studenti provenienti dai diversi Paesi lavorano insieme alla presentazione di proposte risolutive e concrete rispetto alla tematica in discussione, dando vita ad un vero e proprio forum mondiale di studio e confronto. Il tema principale dell’appuntamento 2015 sarà “Diritti umani, risorse idriche, energia e sicurezza del cibo” in vista di Expo 2015.

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Diplomatici in erba all’Onu. L’ambasciatore Cardi parla a 1500 studenti. 776 sono italiani

america oggi

Se il mondo ha bisogno di una nuova classe di leader, ieri alle Nazioni Unite 1.500 studenti e universitari hanno fatto la prova generale in veste di futuri diplomatici nell’appropriata sede dell’Assemblea Generale, dove si sono confrontati su diritti umani e infrastrutture tecnologiche.
Per la terza edizione del “Change the World Model Un” gli studenti – 776 dei quali italiani – provenienti da 88 nazioni si sono riuniti per una simulazione di processi diplomatici organizzata dalla Associazione Diplomatici di Catania, l’unica organizzazione non americana e non direttamente collegata con l’Onu che realizza un modello per la diplomazia del futuro.
Essendo la storica sala dell’Assemblea Generale in corso di rifacimento, la conferenza si è svolta nella struttura provvisoria.
Alla cerimonia di apertura dei lavori hanno partecipato l’ambasciatore al Palazzo di Vetro Sebastiano Cardi, Claudio Corbino presidente della Associazione Diplomatici, Letizia Moratti co-fondatrice della Fondazione San Patrignano, Lucio Caracciolo direttore di Limes e Salvatore Carrubba presidente dell’International Board of Diplomatici.
L’ambasciatore presso l’Onu Cardi ha tracciato il ruolo dell’organizzazione mondiale, illustrando la partecipazione leader dell’Italia alle missioni di pace e del notevole contributo che ci pone al 7.o posto tra i membri membri.
“L’Onu è nata da un sogno dopo la Seconda Guerra Mondiale per fare un mondo migliore e oggi, anche voi condividete un sogno che spero si possa realizzare”, ha detto Cardi agli studenti.
Nell’occasione l’ambasciatore ha annunciato che l’Italia sta studiando con le Nazioni Unite la possibilità di stabilire a Torino un polo per la formazione dei Caschi Blu.
“L’Italia è partner ideale dell’Onu, come ha detto il segretario generale Ban Ki-moon”, precisando che sono in corso i colloqui per dar vita ad un centro la formazione di peacekeeper, sfruttando la Scuola di Applicazione dell’Esercito di Torino.
Ricomincia quindi una nuova avventura riservata agli studenti delle scuole e università promossa da Diplomatici, l’associazione nata a Catania 13 anni fa che ha adottato il sistema learn by doing, permettendo agli studenti di apprendere ricostruendo il funzionamento di importanti enti internazionali.
Fino a domenica alle Nazioni Unite è in svolgimento un grande gioco formativo per i giovani chiamati a rappresentare il proprio paese nella discussione globale.
“Spero – ha proseguito Cardi – che in qualcuno di voi si possa accendere la passione per la diplomazia, perché c’è bisogno di un contributo di forze e idee nuove”.
Giorni fa, nella sede della Fao a Roma, si era tenuta l’edizione italiana di “Change the World”.
Ad una generazione immersa a tempo pieno tra social media e news in tempo reale, Letizia Moratti ha lanciato l’invito ad essere critici e a non isolarsi.
“Non fatevi dominare dall’informazione in rete. Siate critici, cercate la controprova, lavorate per formare la vostra opinione, non abbiate timore, andate avanti nella vostra ricerca personale per essere unici, ma non isolati. Diamo il nostro contributo per fare un mondo migliore. Il diritto alla libertà è fondamentale – ha sottolineato -, ma la penetrazione della tecnologia nella vostra vita è cambiata e voi giovani non dovete farvi dominare dall’inpormazione in rete”.
La “zia” di San Patrignano ha toccato anche un argomento che le sta a cuore. “La solidarietà – ha proseguito Letizia Moratti – ci rende tutti uguali, senza vivremmo in un mondo in cui dovremmo avere paura degli altri. Le tecnologie sono importanti, ma fate in modo che non sia una sostituzione di rapporti personali”, ha concluso sottolineando il rischio reale dell’isolamento.
Al termine dell’intervento Claudio Corbino ha consegnato a Letizia Moratti la prima edizione del premio “Future leader program”.
“Non avrei mai immaginato – ha commentato Corbino – che partendo da Catania si potesse creare una così grande aggregazione di giovani dalla quale potrà emergere la nuova classe di leader del futuro per mettere in asse il mondo”.

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