Diario CWMUN Emirates 2016

11 novembre

I ragazzi si sono divisi nelle varie aule e hanno simulato per tutto il giorno i lavori dell’Assemblea Generale, del Consiglio di Sicurezza, dell’Ecosoc (Economic and Social Council) parlando della risposta umanitaria da dare alla crisi dei rifugiati, dei conflitti in Siria, Yemen e Libia, del ruolo delle ONG in queste aree, della radicalizzazione dei più giovani, delle categorie più vulnerabili.

Nelle foto e nei brevi video che seguono ecco le espressioni, le aspettative e le motivazioni che uniscono tutti questi ragazzi che studiano e lavorano per rappresentare la classe dirigente di domani.

 

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10 Novembre 2016

La diplomazia è l’architettura del mondo nuovo. Lo ha detto l’ambasciatore italiano ad Abu Dhabi Liborio Stellino nel suo intervento che ha aperto la terza edizione del CWMUN Emirates 2016. Circa trecento ragazzi, il 40 per cento in più dello scorso anno, provenienti da Italia, Spagna, Pakistan, Egitto, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Giordania, Francia (tanto per citare i Paesi più rappresentati) hanno affollato fin dal mattino i viali del bellissimo campus della New York University che ospita la conferenza. All’inaugurazione sono intervenuti il presidente dell’ Associazione Dplomatici Claudio Corbino, il presidente dell’International board Salvatore Carrubba, il Goodwill Ambassador e Campione del mondo di calcio 1982 Marco Tardelli, il Presidente del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Sicilia Claudio Zucchelli.
Studenti ed advisors insieme alla NYU per la cerimonia di apertura del CWMUN Emirates 2016

Studenti ed advisors insieme alla NYU di Abu Dhabi  per la cerimonia di apertura del CWMUN Emirates 2016

S.E. l'ambasciatore Liborio Stellino inaugura la terza edizione del CWMUN Emirates

S.E. l’ambasciatore Liborio Stellino inaugura la terza edizione del CWMUN Emirates

9 Novembre 2016

Ci siamo, si comincia. Venerdì pomeriggio nell’auditorium della New York University di Abu Dhabi comincia la terza edizione del CWMUN Emirates. Dopo il grande successo di iscrizioni per Emirates che ha fatto registrare il + 30 per cento di partecipazione rispetto all’anno scorso e dopo la chiusura dei corsi di formazione che si sono tenuti presso le varie sedi di Diplomatici, finalmente si parte. I lavori del Change the World Model UN Emirates si svolgeranno nel nuovissimo e bellissimo campus della prestigiosa New York University di Abu Dhabi e dureranno fino al 12 novembre.

Il focus del dibattito sarà dedicato agli equilibri in Medio Oriente. Nei giorni scorsi il Ministero degli Esteri ha concesso il patrocinio dell’evento, e tutto è ormai pronto per la cerimonia di apertura della conferenza di venerdì. Interverrà l’ambasciatore italiano ad Abu Dhabi Liborio Stellino, il presidente e fondatore di Diplomatici Claudio Corbino, il Presidente dell’International Board ed ex direttore del Sole 24 ore Salvatore Carrubba e il Goodwill Ambassador della nostra Associazione Marco Tardelli, indimenticabile campione del mondo di calcio che parlerà ai ragazzi proprio dei valori dello sport e del “fare squadra”. Dal 13 al 16 ci si sposterà tutti a Dubai per conoscere e ammirare una realtà economica e produttiva molto particolare del Golfo.

Due giorni ad Abu Dhabi per capire come funzionano le Nazioni Unite

INTERNAZIONALE

Bianca ha 13 anni e frequenta il liceo scientifico Leone XIII di Milano. Da grande vuole fare la pediatra. Rahzadie ha 15 anni, è nata in Australia da genitori colombiani. Frequenta la Cranleigh school di Abu Dhabi e vuole diventare una giornalista esperta di questioni umanitarie.

Anche Felix è un australiano trapiantato ad Abu Dhabi con la famiglia. Ha 13 anni e gli occhialetti tondi lo fanno somigliare a Harry Potter. Da grande vuole fare il diplomatico ed entrare in politica, ma vuole anche diventare giocatore di cricket e di basket. Oggi è molto impegnato a delineare la strategia diplomatica che il Venezuela deve tenere al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un compito molto complesso perché, come spiega lui con serietà, “il paese si trova in una situazione critica e deve cercare di restare il più possibile neutrale”.

Bianca, Rahzadie e Felix fanno parte dei 180 giovani tra i 14 e i 26 anni di varie nazionalità che a novembre hanno partecipato al progetto Change the world model United Nations, organizzato dall’associazione italiana Diplomatici in collaborazione con la New York University di Abu Dhabi.

Due giorni in cui i ragazzi riproducono il funzionamento degli organi delle Nazioni Unite. Ognuno di loro rappresenta un paese e cerca di promuovere le sue istanze e i suoi interessi sullo scacchiere internazionale. Discutono di sicurezza informatica, di potenza nucleare, ma anche del conflitto siriano, dell’affermazione del gruppo Stato islamico, del ruolo della diplomazia globale, propongono mozioni, prendono la parola, votano risoluzioni.

Fuori delle aule climatizzate e oltre le mura del campus di 450mila metri quadrati della New York University, inaugurato nel maggio del 2014 dopo quattro anni di lavori, si stende il deserto.

La zona di Saadiyat Island, dove sorge il campus, si trova lungo la costa appena fuori Abu Dhabi. In lontananza si scorgono i profili dei grattacieli che arrivano fino al lungomare della città e intorno ai ventuno edifici che compongono il campus è pieno di cantieri, gru, camion che trasportano materiali.

Il governo ci tiene molto a rispettare la scadenza del 2020 fissata nell’ambito di un progetto da quasi 25 miliardi di euro per trasformare questo lembo di deserto in un complesso commerciale, residenziale e ricreativo dove dovrebbero essere costruite anche le sedi dei musei del Louvre e il Guggenheim. Per ora la strada che arriva al campus finisce contro un muro e torna indietro.

L’inaugurazione in pompa magna dell’università, cui ha partecipato anche l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, e l’iscrizione per l’anno accademico 2015-2016 di oltre novecento studenti di più di cento paesi del mondo hanno cercato di mettere a tacere le polemiche scoppiate dopo le inchieste del New York Times e del Guardian sulle dure condizioni di vita degli operai impiegati nella costruzione del campus.

I ragazzi che hanno partecipato al progetto Change the world model United Nations ad Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, novembre 2015. – Francesca Gnetti I ragazzi che hanno partecipato al progetto Change the world model United Nations ad Abu Dhabi, Emirati Arabi Uniti, novembre 2015. (Francesca Gnetti)
Anche se il paese ospite non è un campione di apertura al dialogo culturale e di rispetto dei diritti umani, i ragazzi che partecipano al programma Change the world parlano di questioni spinose e delicate senza censure e nel rispetto reciproco.

Ragazze di Abu Dhabi con il capo coperto siedono accanto alle loro coetanee di Catania in minigonna, perché, come sostiene Morgan Whitfield, insegnante di storia e geografia alla Cranleigh school di Abu Dhabi, “i ragazzi nel profondo sono tutti uguali, ci sono più analogie che differenze”. Durante il laboratorio formativo i ragazzi si confrontano e acquisiscono quelle soft skill, come la capacità di parlare in pubblico, di lavorare in gruppo e di esprimersi in una lingua straniera, che troppo spesso restano fuori di programmi scolastici.

Ma soprattutto “imparano il rispetto per gli altri, il rispetto per le culture diverse dalla propria”, spiega Claudio Corbino, presidente dell’associazione Diplomatici e fondatore nel 2011 del progetto Change the world, che a marzo porterà per il quinto anno di seguito circa duemila ragazzi al palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York.

Un progetto “nato per sbaglio”, come dice Corbino che nel 2000 era uno studente di giurisprudenza all’università di Catania e per caso ha partecipato a New York a un Model United Nation, una conferenza in cui sono simulate le assemblee dell’Onu. “Una volta arrivato lì mi sono accorto che era un mondo fantastico, un vero laboratorio delle scienze umane”.

Così, rientrato in Italia, Corbino ha deciso di creare un’associazione in grado di far precedere la partecipazione all’evento di New York da una formazione che unisse i contenuti alle capacità relazionali. Dopo dieci anni è nato il progetto Change the world, attraverso il quale l’associazione ha cominciato a organizzare un proprio evento a New York e, negli anni successivi, anche a Bruxelles, a Roma, ad Abu Dhabi e a Barcellona.

Abbracciare il mondo intero

Negli anni hanno partecipato migliaia di ragazzi da tutto il mondo. Il contatto con loro porta Corbino a definirli “una generazione di ragazzi con le palle”. Si tratta di una generazione “totalmente post ideologica, non gliene frega niente di aderire a una verità precostituita. È una generazione molto pratica, che vuole la concretezza, e che purtroppo è anche cinica, perché mancano i grandi ideali di riferimento, ma la colpa è nostra che non siamo più capaci di trasmetterglieli”, prosegue Corbino.

Anche Marina Novelli, preside del liceo scientifico Vitruvio Pollione di Avezzano, che ha accompagnato nove studenti ad Abu Dhabi, pensa che il cambiamento dei ragazzi ponga una sfida continua alla scuola, che a volte non è in grado di rispondere in modo adeguato. “Per questo motivo Change the world è utile al livello educativo, è importante per sollecitare degli interessi che poi sono coltivati in futuro. Consente ai ragazzi di ampliare i loro orizzonti e di abbracciare il mondo intero”, spiega Novelli.

“Ciò che è diverso attrae e qui c’è una grande sete di conoscenza”, commenta Salvatore, che ha vent’anni, studia giurisprudenza a Catanzaro e insieme al suo collega Giuseppe, di 19 anni, fa parte della commissione di peacebuilding. “È bello poter parlare con ragazzi che vengono da paesi diversi e farmi spiegare come vivono, qual è la loro religione e la loro cultura”.

Nell’aula del consiglio di sicurezza si sta discutendo dell’intervento delle Nazioni Unite in Siria. I delegati prendono la parola a favore e contro l’intervento, presentano emendamenti e li votano. Felix ascolta concentrato le opinioni degli altri ma alla fine si oppone alla risoluzione perché, spiega “non risolverebbe i problemi e si tornerebbe al punto di partenza”.

Emma, statunitense di 14 anni che da grande vuole fare la chef, invece è favorevole e il paese che rappresenta, la Spagna, sta cercando di creare un summit promuovere il dialogo tra paesi con posizioni divergenti. Alla fine la risoluzione passa. Gabriele, 18 anni di Catania e rappresentante della Malesia, è molto soddisfatto. Ha vinto la diplomazia. E i ragazzi escono dall’aula parlottando tra loro, i fogli degli appunti appallottolati in mano, lo zainetto in spalla.

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